Il data journalism buttato in caciara.

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Oggi Libero, il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro pubblica, a pagina 18, un articolo a firma di Giordano Tedoldi che costituisce a mio parere un buon esempio di come si può buttare in vacca una buona idea giornalistica.  

Cominciamo dai fatti:  Google all’inizio di ottobre ha pubblicato un’indagine, realizzata dal suo team dedicato ai progetti no-profit, che ha analizzato i dati delle chiamate che negli scorsi 4 anni (2011-2014) sono pervenute al call center del 911 di San Francisco.
Come sa chiunque abbia visto nella vita almeno una serie tv americana, il 9-1-1 è il numero da chiamare negli USA, per richiedere soccorso o segnalare un’emergenza. L’equivalente del 112 europeo.
La ricerca di Big G, analizza i motivi per i quali il numero annuale di chiamate è salito del 28%  negli ultimi 4 anni, arrivando, nel 2014, a oltre 1.200.000. Il paper, documentatissimo e illustrato da moltissimi grafici e tabelle, indaga uno per uno tutti i motivi di questo aumento.
Fra questi, uno dei più curiosi riguarda le chiamate che partono per errore, perchè il chiamante si siede sopra allo smartphone. Sul web ci si riferisce normalmente a questo tipo di chiamate come butt dials  che, tradotto letteralmente vuol dire “chiamate con il…sedere”, mentre l’Oxford English Dictionary che da Agosto 2015 ha inserito la voce tra i suoi lemmi, più educatamente le definisce pocket dialing, preferendo indicare la tasca, piuttosto che quel che ci sta sotto. Comunque le si voglia indicare, pare che queste “telefonate per sbaglio” siano colpevoli del 20% dell’aumento delle chiamate al 911 di Frisco. Sembra divertente, anzi lo è, ma purtroppo le chiamate fatte con il “lato B” stanno intasando i call center dei servizi di emergenza.

Veniamo all’articolo: Tedoldi tanto per cominciare, della ricerca di Google non ha nemmeno sentito parlare. O quanto meno non ha sentito il bisogno di citarla. Ha citato invece Il Post, il giornale online, a mio parere ottimo, diretto da Luca Sofri. Il quale qualche giorno fa ha pubblicato un articolo tradotto in concessione dalla rivista online Slate (ottima anche quella, se vi capita) che FINALMENTE ha citato Google! I dati di Libero, quindi, nella migliore delle ipotesi erano di terza mano. E infatti, rispetto all’originale, ne mancano molti.
Il giornalista, o chi ha fatto il titolo, però, ha deciso di risparmiare anche sulle parole. Il titolo dell’articolo sulla testata americana era: “Study: 20 Percent of 911 Calls in San Francisco Are Butt Dials“. Il Post ha preferito abbreviare con un più colloquiale “Le telefonate di emergenza fatte col culo“, tanto per non lasciare niente all’immaginazione. Libero, però, ha deciso che queste raffinatezze da giornale di parrocchia erano stucchevoli e quindi ha ulteriormente sintetizzato in un bel: “Telefonare col culo“! Semplice, breve e diretto. 🙂
Nel testo, infine, Tedoldi dà il meglio di sé, abbondando di frasi in cui culo e chiappe si sprecano (es: “Di bei culi ce ne sono molti, ma intelligenti ancora nessuno.“), mentre si guarda bene dal citare – e immagino anche dal leggere – le altre fonti di dati che vengono citate dall’articolo di Slate, per non parlare del report di Google, dotato di una documentatissima bibliografia.

Ora: non dico che tutto debba essere noioso e bacchettone, sui quotidiani, ma l’idea della giornalista di Slate, che si è letta pazientemente le 26 pagine della ricerca di Big G (avvincente quasi quanto una guida del telefono in alcune parti) estraendone una notizia interessante, era senz’altro buona. Non riesco a vedere il motivo di buttarla in caciara “all’italiana” su Libero. E’ almeno dagli anni ’60 che la parola culo è stata sdoganata e non fa nemmeno più ridere nessuno.

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Marco

Marco

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