Fabio Polenghi: la morte confermata da Twitter
19 maggio 2010 | Di Marco | Categoria: Web 2.0
Il fotoreporter Fabio Polenghi
Nelle prime ore dopo la notizia dell’uccisione di Fabio Polenghi, in Thailandia, i Social Network e i blog sono stati l’unica fonte di informazioni sul reporter.
Fino ad oggi nessuno sapeva chi fosse Fabio Polenghi, il fotoreporter freelance milanese che stamattina è stato ucciso mentre fotografava gli scontri tra le forze di sicurezza governative e i ribelli delle “camicie rosse”, a Bangkok.
Certo, i colleghi lo conoscevano, aveva degli amici, aveva una famiglia, come chiunque, ma il suo nome era sconosciuto al pubblico e anche ai media. Eppure Polenghi per i media ci lavorava. Nomi grossi. La storica agenzia Grazia Neri (da cui era uscito nel 2004 per diventare freelance), Vogue, Elle, Vanity Fair e alcune importanti riviste di viaggi e di turismo. Aveva girato anche un documentario e aveva al suo attivo un paio di mostre personali a Parigi.
Però i quotidiani, le televisioni e le agenzie ignoravano quasi tutto di lui, fino a stamattina. Così, quando è arrivata la notizia della sua morte – a darla per primo è stato il Times online, pare – i media tradizionali hanno brancolato nel buio per un buon paio d’ore.
E’ stato il Web il più veloce a reagire. Su due versanti. Quello più “giornalistico” delle notizie e quello più umano dell’affetto e del cordoglio.
A cominciare dalla triste conferma della morte, che è arrivata da Twitter. Un collega di Polenghi, il fotografo Dario Pignatelli (Reuters) ha scritto, alle 9.43: “confermo che il fotografo italiano, collega e amico Fabio Polenghi è morto questa mattina dopo essere stato colpito allo stomaco“. La notizia del ferimento era già stata battuta dalle agenzie “ufficiali”, ma nessuno aveva ancora certezze sull’epilogo. E ancora meno sul ruolo e sul motivo per cui Fabio era in Thailandia.
Qualche collega, sempre su Twitter, scrive che “una sua amica, qui, dice che lavorava per un giornale francese”.
La notizia esce sui siti dei giornali. Poco dopo compare su Facebook un gruppo “In memoria di Fabio Polenghi coraggioso fotoreporter ucciso a Bangkok” a cui cominciano ad arrivare adesioni al ritmo di decine al minuto (alle 23 di stasera erano 1848). Sono quasi tutte persone che non lo conoscevano, ma che ci tengono a testimoniare il loro dolore per la scomparsa di un uomo che era là per fare il proprio lavoro. E poi ci sono, naturalmente, amici e colleghi.
I media “ufficiali” sono in rincorsa. Alcuni giornali riprendono la foto dallo spazio su Facebook di Fabio in cui si possono ancora leggere le informazioni che aveva inserito. Alla voce “interessi” si legge: “Something New, Honest People, Hot People“, la sintesi in sei parole della passione di un bravo giornalista che doveva essere anche una brava persona.
Nel frattempo, da Bangkok, il flusso delle notizie “ufficiali” dei grandi media si mischia con quello delle persone sul posto. C’è chi racconta quello che vede dalla finestra, chi descrive le notizie che sente alla televisione, mentre sui siti di giornali e tv arrivano i filmati, le foto e i commenti.
Intorno all’ora di pranzo i media tradizionali (italiani), che evidentemente ci hanno lavorato durante la mattinata, sono finalmente in grado di dare informazioni più precise sul fotoreporter. La fonte, però, è ancora il Web. Alle 14 l’Adn Kronos pubblica un lancio con le parole del fotografo riprese dal suo sito. Alle 15.16 l’Ansa pubblica un profilo di Polenghi con contenuti ripresi dal profilo che lui stesso aveva pubblicato su Viadeo. La foto che quasi tutti i giornali pubblicano, viene dal lì. Nel pomeriggio, dopo i lanci d’agenzia, quasi tutti i media hanno una biografia del fotografo online. Sono arrivate in mattinata (Reuters poco dopo le 11) anche le immagini riprese dalla tv thailandese, dei primi soccorsi prestati a Polenghi dai manifestanti e dai colleghi. Il video rimbalza sul web (Youtube, youreporter, liquida, ecc.) in contemporanea all’uscita sui siti dei media tradizionali.
Solo nel tardo pomeriggio i media tradizionali hanno materiale nuovo e – finalmente – originale. Interviste, valutazioni e l’inevitabile commento dei politici (il primo a rilasciare una dichiarazione in merito è stato Piero Fassino – nel suo ruolo di responsabile Esteri del PD). Sui blog, su Facebook e su tutto il Web, intanto, continuano a rincorrersi manifestazioni di cordoglio per il fotoreporter e attestati di solidarietà e vicinanza ai suoi famigliari.
Mi sento di fare due considerazioni:
La prima, di natura giornalistica, è che a mio parere i media “ufficiali” e i giornalisti di professione sono tuttora i soggetti più adatti e più attrezzati (anche dal punto di vista della preparazione) per raccontare i grandi eventi e i grandi personaggi. Hanno uomini, mezzi e conoscenze adatti per cogliere gli elementi di scenario, raccontare gli sviluppi e spiegare le ripercussioni di un grande evento o seguire le vicende di un personaggio pubblico.
Però il “citizen journalism” il giornalismo “dal basso”, fatto di blog, siti e social network, è ormai diventato lo strumento più adatto per dar voce alle vicende – e spesso, come in questo caso, purtroppo ai drammi – delle persone comuni. Io credo che uno dei possibili scenari futuri dell’informazione stia tutto in questo “dualismo”. I grandi media continueranno a essere il mezzo più adatto a rendere conto dei movimenti degli eserciti o delle decisioni di una nazione, ma saranno i blog delle persone comuni a dar voce ai pensieri dei singoli soldati o a informarci delle conseguenze sui privati cittadini.
La seconda considerazione riguarda l’aspetto umano della vicenda di Fabio Polenghi. Io non conoscevo Fabio, ma conosco molti giornalisti e so che il giornalismo è una passione, prima che un mestiere. E’ il piacere di essere testimone dei fatti e di poterli raccontare. Prima degli altri, se possibile. E’ una passione che deriva dalla curiosità di capire il mondo. Fabio era lì, spinto da questa passione. Non ce l’aveva mandato nessuno e, in fondo, fare il reporter di guerra non era nemmeno il suo mestiere. Ma non era nè ingenuo, nè inesperto e sono sicuro che sapesse bene di correre dei grossi rischi e magari avesse anche un po’ di paura. Però, immagino che sentisse che “quello era il suo posto“, in quel momento e che fosse anche contento di essere lì, a testimoniare la storia. E allora io credo che dovremmo ricordarlo non solo con affetto, ma soprattutto con gratitudine. Perchè sono gli uomini come lui, in cui la passione per la conoscenza è talmente forte da vincere persino la paura della morte, che hanno, da sempre, contribuito a cambiare, in meglio, la storia del nostro mondo.

